Il mondo, specialmente quello elettronico, tracima di storie ad effetto. In particolare sull’unico peccato del quale è permesso parlare in pubblico: il peccato di gola.

La moda peggiore è quella dei portatori di cibo “sano” addirittura curativo. E c’è chi si spinge anche nelle più ardite giravolte d’ogni disciplina. Il racconto delle balle su ciò che fa bene e ciò che fa male è nascosto ad ogni angolo.

Ma non è che possiamo farci nulla, come disse un famoso “narratore” quando gli feci notare che la sua storia era falsa e, come un fesso, gli raccontai quella vera: hai ragione ma la mia storia è più bella. E vivendo nel paese della rappresentazione che odia la realtà, dovetti convenire che aveva ragione lui.

E dunque oggi vi racconterò una storia vera. Non lo so quanto sia bella ma so quanto è buona. E magari, ne fate anche voi un piccolo racconto.

La storia del cavolfiore, presente in tutte le storie di cucina dalla notte di tempi. Tanto apprezzato soprattutto da Varrone, Catone e Apicio, da esser diventato luogo della nascita dei bimbi. Leggenda che è sopravvissuta per millenni. Poi venne la cicogna e poi la provetta.

Il cavolo, la più nota delle brassicacee, e di cavoli ne esistono tanti. Dal cavolo cappuccio al cavoletto di Bruxelles. Oggi ci gustiamo il cavolfiore (bianco o verde), per i più colti: Brassica oleracea botrytis.

La mia degustazione è facile facile, occorre un cavolo, olio, aglio, peperoncino, acciughe salate e della buona pasta di grano duro (strozzapreti, caserecce o anche fusilli).

Si lavi per bene il cavolo, si taglino delle cime grossolanamente e si privino delle foglie e del torsolo. In abbondate acqua salata bollente si lessi il cavolfiore senza eccedere nella cottura (dieci-quindici minuti di bollitura al massimo).

Estratto il cavolo dall’acqua e posto in una ciotola, nella medesima acqua in cui si è bollito il cavolfiore va lessata la pasta. Mentre la pasta cuoce, in una casseruola si versi un dito di olio extravergine di oliva, aggiungere due spicchi di aglio, una punta di peperoncino e una generosa dose di acciughe dissalate e diliscate. L’aglio fa le bolle, si toglie e nell’olio si tuffano i cavoli e poi la pasta al dente ben scolata, si rivolti rapidamente e delicatamente con qualche altro filetto di acciuga, lasci asciugare qualche minuto a fuoco basso. Coprire e spegnere il fuoco. E’ tempo di preparare il formaggio. Quello dei poveri. Fatto di pane raffermo grattugiato e tostato in un padellino facendo attenzione a non cuocerlo eccessivamente.

Servire la pasta con i cavoli e cospargere di pane grattugiato tostato.

Sapido, saporito, morbido e sontuoso. Il vino da abbinare non può che essere di pari grado. Si consiglia il Ninì bianco, verdeca di Cantine Palamà. Non è sapido ma le acciughe bastano e avanzano.

P.S.
qualcuno dirà che l’odore del cavolo è intenso e pervade la casa, se non lo volete quando lo lessate aggiungete un pezzetto di pane con l’aceto nell’acqua. Ma secondo me sbagliate.